GPS – parte II° – racconto di Giampiero Podestà

“Mani in alto, brutto figlio di puttana”, urlò la cassierina dalle mani tremanti ed il culetto interessante.

Ma come faceva quell’anonima biondina a sapere che da giovane sua madre si era dedicata alla prostituzione?, si domandò il giovane montanaro, stupito suo malgrado.

“Non ti muovere, o ti faccio secco”, insisté quella boccuccia di rosa. Ma si vedeva che non faceva sul serio: non aveva nemmeno tolto la sicura al pistolone.

“Ehi, non mi riconosci? Sono io, Gianni!”, le sorrise Gianni, utilizzando l’antico stratagemma di farsi credere un vecchio amico di chi ti sta minacciando con un’arma da fuoco, per farlo dubitare fino al punto di distrarsi, e offrirti l’opportunità di cercare di disarmarlo.

Ma la ragazzina non abboccò e gridò isterica: “Io non conosco nessun Gianni”. Figuriamoci se si fosse chiamato Stanislao o Leonzio. “Oltretutto non ho ancora finito con te, stronzo”, aggiunse, “All’atto della violazione sessuale, abituale in ogni rapina, dimenticarti del mio buco del culo, ché ancora mi fa male per colpa di quegli otto figli di puttana di portoricani che mi hanno rapinata mezz’ora fa. O fai come ti dico, o… o…”.

“O?”.

“O mi metterò a piangere!”, crollò infine la giovinetta, scoppiando in lacrime, abbassando la pistola e cominciando a togliersi il tanga rosso.

Allora Gianni scese dalla 2CV e la prese tra le braccia (la cassiera, non la macchina).

“Tranquilla piccolina, non sono qui per rapinarti… E nemmeno per farti un culo così, o altre cose brutte”, le disse, accarezzandole i capelli.

“Allora si può sapere che cazzo ci fai qui?”, gli domandò stupita la cassiera, soffiandosi il naso nel Che Guevara della maglietta del giovane.

“Ero venuto a fare la spesa”, le spiegò Gianni.

“Il parcheggio è un piano più giù, nel sotterraneo”, lo informò la ragazzina, com’era suo dovere fare, in quanto dipendente del supermercato. Poi lo guardò con occhi azzurri, smisuratamente tristi e lucidi di lacrime, e gridò emozionata: “UN CLIENTE!”. Sembrava che avesse visto la Vergine. Ma la sua visione mistica fu interrotta da una fragorosa esplosione.

Un mastodontico camion dell’immondizia s’era precipitato all’interno del supermercato, attraversando una vetrina laterale, zeppa di adesivi di sconti ed offerte, e rovesciando vari scaffali alti fino al soffitto, pieni di bottiglie di pregiati vini bisolfitici, e adesso stava placidamente brucando nel reparto FRUTTA E VERDURA, come un vecchio rispettato bisonte dei film del Far West.

“Maledetto GPS”, si udì bestemmiare l’autista-spazzino-cowboy, mentre scendeva dalla groppa del puzzolente ruminante sopra ruote della prateria urbana. Ma le sue bestemmie si persero nel frastuono di decine e decine d’altre auto e camion che entravano rombando e vetrineggiando nel supermercato, come se si fosse trattato d’un drive-in. Stranamente, tutti i conduttori c’avevano qualcosa da ridire sui loro GPS… Almeno quelli che erano ancora in grado di parlare, perché molti risultavano feriti negli scontri e nei violenti tamponamenti, e sul pavimento del supermercato il sangue si stava mescolando alla salsa di pomodoro, che fuoriusciva dai barattoli schiacciati dalle ruote, gli occhi alle cipolline sott’aceto, le lingue alle fettine di salame dei pacchetti sotto vuoto, mentre al reparto MACELLERIA, nel bancone frigorifero trasparente ormai sventrato, a lato delle costicine di agnello e di maiale cominciavano a fare bella mostra di sè anche le costicine di questo metalmeccanico e di quell’impiegato delle Poste.

“Che sta succedendo qui?”, piagnucolò, la bimba-cassiera con le tette di silicone, “Io non posso far fronte da sola a tutte queste rapine allo stesso tempo. Dove cazzo s’è ficcato quel fannullone di guardia giurata del cazzo?”.

“Mi sta controllando l’olio”, le rispose calmo Gianni, valutando la situazione.

Yacky aveva già fatto la sua spesa ed era ritornato spingendo due carrelli stracolmi, che aveva già caricato in macchina. Adesso stava aspettando col musetto fuori dal finestrino, succhiando una caramella al wurstel con senape.

“Sta passando qualcosa di strano con i navigatori satellitari”, affermò Gianni, convinto. “E’ meglio cambiare aria, andiamo”.

Gli occhi della ragazzina s’illuminarono. “Mi stai proponendo di scappare di casa con te?”,  gli domandò incredula. Per lei, abituata ai soliti noiosi “scopiamo?”, “mi fai un pompino?”, “me lo meni?”, si trattava di qualcosa di nuovo ed eccitante. Incredibile! Megagalattico!!!

“Yu-hu, che bello!”, gridò, e gli si tuffò in braccio, cingendogli la vita con le sue cosce rotondette e niente male.

Gianni pensò che in un’altra situazione sarebbe stato eccitante e approfittabile, ma quel  giorno non era il caso. Le automobili e i furgoni continuavano a piovere all’interno del  centro commerciale, come variopinti e micidiali coriandoli di lamiera. Il supermercato ormai s’era trasformato in un semplice e banale mercato all’aria aperta.

Tirò la cassiera dentro la 2CV, strattonandola per un braccio pieno di buchi, e si mise alla guida. La ragazza atterrò a testa in giù, sul tappetino pieno di cicche, filtri di spinelli e pulci del cane,  coi piedi fuori dalla cappotta aperta. Sentendola gemere, Yacky le leccò le chiappe per consolarla, pensando che fossero le guance. Che ne sapeva lui, poveretto, di culetti umani? Per le sue canine papille gustative sapevano a spezzatino di vitello: una delizia!…

Gianni ingranò la retromarcia e uscì a tutta birra per dov’era entrato, facendo fischiare le gomme e strappando un gemito di “arrivederci signore” alla guardia giurata.

“Non avevo ancora finito”, protestò oltretutto l’uomo sdraiato a terra, in uniforme da Tex Willer, con il disegno dei pneumatici marcato sul petto e negli stinchi, “Non avevo ancora controllato la pressione delle gomme”. Poi svenne.

Una volta in strada, si fece risentire la vocetta del GPS: “Dove vai?”.

“Dove cazzo mi pare”, gli rispose tranquillamente Gianni, mettendosi a fischiettare, per dare il cambio alle gomme, che s’erano stancate di farlo loro.

“Non puoi rispondere così al tuo GPS. E’ illegale, finirai davanti ad un giudice”.

“Va fa’n culo”. Così dicendo, Gianni gettò un’occhiata distratta allo schermo del suo gnomo stradale e restò interdetto. Vi appariva il volto rugoso di un vecchio con una lunga barba bianca e un turbante in testa, invece del simpatico Topo Gigio che lui aveva scelto quando era stato obbligato a farsi montare quell’odioso aggeggio (i GPS erano personalizzati).

“Dove ho già visto questa faccia?”, si domandava il giovane eremita, che viveva fuori dal mondo civile.

Lo tolse dai dubbi la voce della giovane cassiera culona e tettona, ch’era riuscita a mettersi seduta e stava ringraziando Yacky dei suoi precedenti servizi (lecca bene, pensava) con carezze e sorrisi. “Che ci fa Bin Laden nel tuo GPS? Mia sorella c’ha messo Giovanotti”.

“Bin Laden?”. Gianni frenò di colpo e accostò al ciglio della strada.

Erano già usciti dal pericoloso quartiere periferico e i primi campi, graffiati bastonati maltrattati bruciati e sterilizzati dalla speculazione edilizia, riempivano l’orizzonte, incolti e polverosi sotto il sole a punto di scoppiare dal ridere.

“Hai detto Bin Laden?”, domandò Gianni, fissando negli occhi la ragazzina, che si stava sistemando un reggiseno troppo piccolo per le sue tette troppo artificiali.

“Sì, ho detto Bin Laden… Non mi dirai che non lo conosci, vero?”.

“Ne ho sentito parlare. Però… Mi domando che ci fa nel mio GPS”.

In effetti era quello che si stavano domandando milioni di automobilisti di tutto il mondo in quel momento. Che ci faceva Bin Laden nei loro GPS? Oltretutto dando ordini, ai quali non potevano fare a meno di obbedire, a causa di… A causa di qualcosa di strano che stava succedendo.

Però, che cazzo stava succedendo?

(continua)

Lascia un Commento